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Suicidio assistito. Welby, Coscioni e Fabiano dovrebbero farci riflettere.

Da ieri l’Italia è tornata ad interrogarsi sul delicato tema del suicidio assistito. Succede ogni volta in cui un italiano chiede a gran voce allo Stato il diritto di morire. Succede quando un connazionale vola in Svizzera per andare a morire lontano dai propri affetti e dalla propria terra.

Questa volta si è trattato di Fabiano Antoniani (noto come “dj Fabo”), un trentanovenne che mordeva la vita, finché il destino non ha morso lui. Ma il suo è solamente l’ultimo dei tanti casi di italiani che vanno oltralpe per ottenere la dolce morte.

Perché in Italia non si può morire! Non si può suicidarsi.

No! Questo non è vero! In Italia i suicidi ci sono eccome! Il punto è che ormai non fanno clamore. Non fa clamore un padre di famiglia che si suicida perché ha perso il lavoro e la dignità in un Paese in cui il lavoro dovrebbe essere un diritto costituzionale. Non fa clamore la donna che si suicida perché non riesce a superare il dramma di una violenza continua. Non fa clamore il suicidio di un adolescente impaurito e disperato.

In Italia fa clamore la scelta lucida di un uomo la cui vita è stata spezzata da un incidente o da una malattia. Fa clamore che una persona devastata dai dolori, ingabbiata in un corpo che ormai è solo una prigione con mille aguzzini, decida serenamente di porre fine alle proprie sofferenze. Fa clamore che una persona preferisca smettere di soffrire e di far soffrire anche chi gli sta intorno.

E siamo alle solite! Siamo alla solita Italietta ipocrita e piena di contraddizioni.

Suicidio assistitoSì, perché l’Italia è il Paese in cui si muore aspettando una risonanza magnetica urgente; in cui si tirano le cuoia nella sala d’attesa di un pronto soccorso affollato; in cui si spira durante il trasporto verso il più vicino ospedale (che spesso non è poi tanto vicino!); in cui ci si ammala di tumore al seno mentre si aspetta di fare una mammografia; in cui si spendono milioni di euro in “Pubblicità Progresso” contro gli abusi, ma non si educa a non abusare.

Poi, quando sei troppo malato per vivere dignitosamente, quando il tuo corpo è immobile in un letto, piagato dal prolungato decubito, straziato dai dolori, mentre il tuo cervello è ancora lucido, quando quella forzata immobilità, cecità e incapacità di comunicare rischiano di farti impazzire, quando ti rendi conto che non hai più nulla da dare o da ricevere da questa vita, allora questa Italia si accorge di te e fa di tutto, si accanisce, per strapparti alla morte.

Non è un controsenso?

Io credo che la vita sia meravigliosa, anche quando è piena di problemi. Eppure sono assolutamente a favore del suicidio assistito. Non è un controsenso il mio! Penso e ripenso a Welby, a Coscioni ed ora anche a Fabiano. Penso alle loro “vite meravigliose”, ai loro cervelli brillanti, a cosa hanno fatto finché una malattia li ha strappati alla dinamica quotidianità cui erano abituati. Hanno perso il controllo dei loro corpi, ma non delle loro idee, non delle emozioni, non dei desideri che erano consapevoli di non poter più realizzare.

Cosa c’è di peggio che sognare nella consapevolezza di non avere più nessuna chance di realizzare i propri desideri?

Cosa c’è di peggio che ridursi quasi allo stadio vegetale? È quel “quasi” che dovrebbe farci riflettere. Perché c’è differenza tra ridursi allo stadio vegetale e vivere inchiodati.

Paolo Troilo, acrilico su tela
Paolo Troilo, acrilico su tela

Il suicidio assistito non è “staccare la spina”. C’è un’enorme linea di confine tra le due cose. Si stacca la spina ad una persona il cui cervello non è più in grado di regolare le funzioni vitali e cognitive. Nel suicidio assistito, invece, il cervello è l’unica cosa che funziona e che, giorno dopo giorno, si vede rinchiuso in un corpo incapace di comunicare con l’esterno. Mi viene in mente l’immagine di una persona rinchiusa in una camera insonorizzata che prova a gridare, a chiedere aiuto, ma fuori nessuno la sente. È da impazzire, no?

Certo che questa faccenda è assai delicata, ma in Italia manca una legislazione che sia segno di civiltà. Approvare una legge sul suicidio assistito non ci renderà uomini peggiori. Ci renderà solamente più liberi di scegliere come vivere e, in alcuni casi, come e dove morire. Magari a casa, con il conforto dei propri cari.

Florinda

Florinda

Nata a Bari e cresciuta nell'interland, zitella per scelta altrui, da sempre "personaggio" controcorrente, si spende affinché la Cultura diventi di moda più dei tatuaggi (lei ne ha 9... per ora!) e i giovani imparino che essere individualisti (con una puntina di egocentrismo) è decisamente più appagante del farsi inglobare in un unicum omologato fatto di rituali e convenzioni. Se un dio esiste, lei gli ha chiesto in dono un cervello funzionante rinunciando ad un bel décolleté!

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