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Ergastolo fratelli Bianchi: dov’è la linea di confine tra giustizia e vendetta?

Poco più di una settimana fa la notizia: due ergastoli per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte.

Da quel momento, l’opinione pubblica si è divisa tra favorevoli e contrari, tra chi ha fatto un plauso ai giudici e chi li ha additati di aver usato la giustizia come arma di vendetta nei confronti dei fratelli Bianchi. Ma dove riposa la verità? Dov’è il punto di equilibrio in questa assurda e luttuosa vicenda? Cerchiamo, miei cari Lettori, di ragionarci un po’ su, dopo una settimana, a mente fredda… per quanto si possa avere la mente fredda di fronte a cronache come questa!

Innanzitutto, proviamo a mettere in ordine i fatti.

Un fatto è certo: Willy moriva il 6 settembre del 2020, a Colleferro (RM), a seguito di un pestaggio e con la sola colpa di essere intervenuto – lui, così esile – in soccorso di un amico aggredito da quattro energumeni. Non scenderò nei dettagli della violenza, non credo sia necessario. Per il momento, mi basta sapere che si è trattato di omicidio. E credo ci sia poco da dubitare in merito.

A margine, vorrei sottolineare che Willy aveva solamente ventun anni e tutta una vita da vivere, qualsiasi cosa gli avesse riservato il Fato. In realtà, la questione “età” non conta poi tanto: nessuno può arrogarsi il diritto di togliere la vita ad un altra persona, sia essa ventenne o ultracentenaria.

Un secondo fatto è inopinabile: Marco e Gabriele Bianchi, insieme al loro amico Mario Pincarelli, erano già noti alle forze dell’ordine. I fratelli, per esempio, avevano collezionato nove denunce nei due anni precedenti l’omicidio (per violenze, lesioni, spaccio e qualcos’altro), alla media di una ogni 3 mesi.

Quindi, siamo di fronte a un caso di violenza inaudita, di ferocia di “branco” cieca ed immotivata.

E quel branco non è fatto di fiere selvagge e indomabili, ma di esseri umani. Parliamo di quattro giovani uomini, adulti e vaccinati, la cui età si aggira intorno ai 25/30 anni. Si tratta, dunque, di persone capaci di capire (almeno in linea teorica) la differenza tra bene e male, tra giusto e sbagliato; quattro individui consapevoli che i loro colpi – sferrati con tutta la forza possibile – avrebbero potuto uccidere. Quattro soggetti che, nonostante quella consapevolezza, hanno sferrato quei loro maledetti colpi ed hanno ucciso.

Insomma, i fratelli Bianchi e i loro compari hanno scelto come vivere la loro vita; hanno deciso di delinquere; hanno preferito il brivido dell’illecito e dell’illegale al piattume della vita della gente per bene; hanno scelto di essere il Male. Ed alla fine, hanno anche deciso di togliere la vita a qualcuno. A Willy.

Acclarato tutto ciò, la Giustizia ha condannato in primo grado i fratelli Bianchi all’ergastolo, Belleggia a 23 anni e Pincarelli a 21 anni di reclusione. Quando ho sentito la notizia, sinceramente, ho reagito con una certa soddisfazione. Mi è sembrato che, a ‘sto giro, giustizia fosse stata fatta. E invece…

Fratelli Bianchi sentenza

… è stata subito polemica all’italiana!

Ho letto, qua e là, le dichiarazioni dell’avvocato difensore e della madre dei fratelli Bianchi, le opinioni di questo o quel giornalista, le risposte, le lacrime e le urla di sofferenza o di indignazione, gli insulti, le minacce, in un rincorrersi di articoli, interviste, programmi tv di inchiesta seri e gossippari, blog e chi più ne ha più ne metta!

Ok! Mi sono fermata e mi son presa il tempo di riflettere su questa sentenza. Ho pensato che meritasse un approccio più pacato, rinunciando a cavalcare l’onda mediatica e a rincorrere click e like. Io credo lo si debba a tutti: alla memoria di Willy, alla sua famiglia, alla società civile sempre più esposta alla violenza, ma anche ai condannati. Già… anche a loro!

Quindi mi sono informata sul processo ai fratelli Bianchi.

Ho letto che le ricostruzioni fatte in aula sono state alquanto fumose, lasciando forti dubbi su chi sia stato l’autore materiale dell’omicidio. È stato anche riportato che Gabriele Bianchi non avrebbe colpito il povero Willy e che il colpo sferrato dal fratello Marco, secondo il medico legale, non sia stato quello fatale. L’avvocato difensore sostiene che questa sia una sentenza mediatica, chiesta a furor di popolo e iniqua, nonostante il processo si sia svolto a porte chiuse. Ma quello, si sa, deve fare il mestiere suo! E se, invece, avesse ragione?

Non fraintendetemi, oh miei Lettori! Non sto dicendo che i fratelli Bianchi, Belleggia e Pincarelli siano innocenti. Sono colpevoli, su questo non ci piove! Sto soltanto cercando di capire se la mia soddisfazione di fronte alla sentenza sia stata giusta oppure no.

Qualche dubbio ogni tanto mi viene,…

… non lo nascondo, ma poi mi tornano alla mente i ritratti dei membri del “branco”!!! E penso: non ci vuole coraggio a pestare in quattro – tutti grandi, grossi ed esperti di MMA – un ragazzino magro e indifeso. Anzi! Per non parlare del fatto che fossero già dei delinquenti ben noti alle Forze dell’Ordine e assai temuti sul territorio dove, da tempo, seminavano violenza e soprusi. Vero è, infatti, che tra le parti civili nel processo siano stati ammessi anche i Comuni di Colleferro, di Paliano (paese di residenza della famiglia Montero Duarte) e di Artena (cittadina natale dei fratelli Bianchi). 

E, quindi, non sarebbe plausibile ipotizzare che, nella decisione dei giudici, abbia pesato il pregresso di questi antieroi burini de’ borgata? Che la Corte abbia voluto togliere dalle strade questi quattro “bravi” per un bel po’ di tempo? Che abbia concesso loro un luuuuuuungo periodo di rieducazione e riabilitazione?

Tanto, si sa come funzionano le condanne in Italia: ti danno 20 anni e, dopo 10, sei fuori per buona condotta. E con l’ergastolo? Dopo 25 sei a casa… se ti dice male!!! E già dopo 15 ti fanno anche uscire coi permessi diurni e ti fanno andare a lavorare.

Meditate gente, meditate.

Florinda

Florinda

Nata a Bari e cresciuta nell'hinterland, zitella per scelta altrui, da sempre "personaggio" controcorrente, si spende affinché la Cultura diventi di moda più dei tatuaggi (lei ne ha 9... per ora!) e i giovani imparino che essere individualisti (con una puntina di egocentrismo) è decisamente più appagante del farsi inglobare in un unicum omologato fatto di rituali e convenzioni. Se un dio esiste, lei gli ha chiesto in dono un cervello funzionante rinunciando ad un bel décolleté!

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